
Le sollecitazioni per un giovane comico erano tante.
Da una parte la farsa urbana e sottoproletaria di Pulcinella, la farsa cafona e grassa della tradizione cavaiola, la farsa piccolo borghese di Don Feliciello Sciosciammocca, i pasticci linguistici di Don Antonio Tartaglia.
Dall’altra l’esplosione del varietà, erede del Cafè Chantant.
Da questo calderone emersero, insieme a lui, due altri grandi comici, il Viviani ed Edoardo, ambedue tesi al rifiuto della prigionia della maschera a favore del carattere e del personaggio.
Totò, al contrario, trovò la sua libertà espressiva proprio diventando maschera, esaltandola con il suo volto disossato, la disarticolazione del corpo e con le sue fulminanti invenzioni linguistiche.
Abbiamo tratto i due tempi della nostra farsa dalla Rivista “Uomini a Nolo”, scritta nel 1937 da Totò in collaborazione con Bel Ami (Anacleto Francini).
Questo testo, come tutti gli altri degli anni ’30, è segnato dalla ricerca di nuove diramazioni del linguaggio comico, principalmente il travestimento e una palese “lunarità” quasi surreale delle battute.
Nella nostra messa in scena ci siamo sforzati di impiegare le tecniche interpretative di quell’epoca, senza per questo tentare l’impossibile imitazione di quell’inimitabile “mostro comico” che fù Totò.
Siete tutti invitati a “soffrire” con noi un sacco di felicità e di risate.
foto: gustavo piccinini
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